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Esperienza carismatica

 

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Esperienza carismatica della Provincia Italiana

Come Ministre degli Infermi di San Camillo, viviamo il carisma dell'amore misericordioso verso gli infermi secondo il mandato del Vangelo: "Andate, curate gli infermi..." e ancora "... ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, le avete fatto a me" ( Mt 25, 39-40).

Assistenza presso la casa di cura "Villa Luisa"L'ospedale è soprattutto un luogo di incontro tra realtà umane diversissime come ambiente, nazione, religione; è, e deve essere dunque, un luogo in cui tutta l'attività viene ad essere orientata essenzialmente al servizio della vita e della salute, che è servizio alla persona, a tutto l'uomo il quale si trova molte volte e per la prima volta di fronte ai grandi problemi umani: la vita, la salute, la sofferenza e la morte e in tutti questi problemi egli viene a trovarsi implicato a rispondere in prima persona.

Non sono mai riuscita a fare l'abitudine alla sofferenza, alla disperazione, alla morte. L'uomo soffre nel suo corpo e nella sua anima, egli non merita tanto rispetto come quando il dolore lo indebolisce, gli toglie i mezzi di difesa, lo diminuisce nella sua dignità umana e rischia di annientarlo. Egli aspetta la guarigione nello stesso modo con cui invoca la morte, cioè come una liberazione. Quante volte si sperimenta l'impotenza di poter ridonare un poco di salute ... di dare refrigerio a tanta sofferenza. Ma in tutte le situazioni che si presentano non manca la possibilità di amare, espressa in tanti modi, nell'ascolto, nel dialogo, in gesti concreti, in un aiuto fattivo. Ed è in questo rapporto con il malato che si cerca di aiutarlo a comprendere l'importanza di assumere la propria responsabilità di fronte a Dio e di fronte a se stesso - sempre nel massimo rispetto della libertà e della  grazia personale.

Presento questa mia esperienza che risale a molti anni fa, nella nostra Casa di Cura "Villa Luisa", dove ho conosciuto Rosa, una giovane di 26 anni, che era al suo nono ricovero e al suo settimo intervento, esile, stanca fisicamente e psichicamente per i suoi ripetuti ricoveri e interventi. La sua malattia era causata da cisti di echinococco che, disseminate in tutti gli organi, la rendevano particolarmente sofferente e con crisi di febbre elevata. Veniva sempre accompagnata dalla sorella, che le voleva molto bene e che, lavorando a Roma, poteva seguirla e starle vicino. Rosa invece viveva nelle Puglie. La sorella, nell'affidarmi questa esile e fragile creatura, si raccomandò caldamente di non parlarle di Dio perché, essa diceva, è colpa Sua se questa malattia non la lascia, e poi anche Rosa non ne vuole sapere. Nel continuo servizio dato, fatto di gesti, di disponibilità, di sorriso e nel susseguirsi di incontri, si era instaurato fra noi un rapporto di amicizia. Non dovevo parlarle di Dio, ma non potevo non manifestarle l'amore di Dio attraverso le piccole attenzioni che mi si offrivano per starle vicino nel suo dolore. San Camillo e la nostra beata Madre Fondatrice ci vogliono accanto al malato "con cuore di madre che assiste l'unico suo figlio ammalato"; perciò  i servizi resi e le cure date diventano occasione per rivelare all'uomo che soffre il volto del Padre che si china a lenire il suo dolore.

Dovevamo dunque far calare l'amore di Dio su questa creatura tanto sofferente ed esausta senza parlarle di Dio. Fu un ricovero lungo il quale ci permise di instaurare nel dialogo un profondo rapporto di affetto. Nella vita di ogni persona, al di là dei conflitti ideologici e religiosi, c'è sempre la presenza nascosta ma reale di Gesù e ciò è stato evidente in Rosa, perché il Signore la stava preparando al suo incontro.

La grazia divina stava tessendo un disegno meraviglioso. L'ammalata si apriva a Dio; ora era lei stessa a chiedermi di parlarle di Dio, era assetata di conoscere Colui che l'amava, Colui che in tutto questo tempo non aveva riconosciuto come Padre. Il suo desiderio era di vivere la comunione con Dio, di rispondere al suo amore con gioia. Affidai la giovane al sacerdote cappellano perché la preparasse a ricevere i sacramenti, ed abbiamo visto questa creatura rinascere alla vita e alla speranza.

Conservo ancora i suoi scritti, quando tra un ricovero e l'altro soleva scrivermi: "Quanto tempo perso inutilmente!..." e ancora: "È molto bello sapere che il Signore mi ama ... anche questa malattia non mi spaventa più come prima". In un altro biglietto trovo  scritto: "Grazie perché mi ha fatto capire cosa significa accostarsi a Gesù e la gioia che si prova nel riceverlo, per me è diventata la cosa più importante della vita".

Purtroppo nell'ultimo ricovero Rosa ha sofferto molto; le cisti avevano raggiunto il campo polmonare e non riusciva più a respirare. Voleva ancora vivere, aveva scoperto il valore della vita e il valore della sofferenza e lei desiderava accoglierla come dono prezioso. Era consapevole della sua morte e quando il respiro diventava sempre più tenue e veniva meno, voleva essere aiutata a pregare, abbandonandosi così nelle mani del Padre che veniva ad accoglierla nella dimora  eterna.

Sr. Angelica Lucarelli

 

 

Esperienza carismatica della Provincia Taiwanese

È una cosa meravigliosa assistere i poveri bisognosi e moribondi fino al termine della loro vita! È qualcosa che tocca profondamente il mio cuore. È un sentimento inspiegabile per chi non l'ha mai provato. "Questa mia opera conservatela ed accrescetela!". Seguendo le orme della beata Madre Fondatrice quante volte mi sono accorta che il tempo corre veloce e il lavoro non manca. Cerco di spendere bene ogni momento e di fare il meglio possibile assistendo chi è nel bisogno.

Nei miei diciassette anni di servizio nella Casa di Riposo ho assistito più di cento anziani mentre passavano all'altra vita. Ho visto la loro serenità e il senso di soddisfazione della vita; ho notato che non avevano paura della morte. Veramente mi hanno insegnato tantissime cose. Si vede che l'uomo muore come vive. Tra questi una ventina di vecchietti prima di morire hanno chiesto di essere battezzati. C'è da ricordare che nella mentalità cinese è difficile cambiare religione. Ogni volta che sto accanto ad un morente rifletto profondamente. Spesso fra noi ci critichiamo e ci lamentiamo, ma se pensiamo alla nostra morte ci ricordiamo che non siamo niente davanti al Signore e allora quello che vale è solo volerci bene, aiutarci.

Avrei tantissime esperienze da raccontare. Nella nostra casa, su centodieci ospiti una quarantina non ha nessun familiare e allora dobbiamo assisterli fino alla sepoltura. Quante volte quando uno muore gli anziani ammirano la nostra religione e chiedono di essere battezzati! Tutti i vecchietti partecipano alle esequie di un defunto, non hanno più paura della morte ma la vivono come un evento della vita, e accompagnano i moribondi nella pace e nella serenità, pregando insieme. 

Casa di riposo "Lotung" a TaiwanFra le mie numerose esperienze non potrò mai dimenticare cosa avvenne quando ho accompagnato fino alla sepoltura il nostro primo vecchietto. Un altro anziano, che non parlava da sei mesi, fu molto toccato dalla cerimonia. Gli chiesi: "Quando lei morirà, che funzione vuole fare?". Ed egli rispose: "Sarà il comune che mi seppellirà!". "Ma tu come vorresti la cerimonia della tua sepoltura?". Lui si fermò un po' e il giorno dopo uscì e rimase fuori casa per tutto il giorno, perché era molto toccato da quello di cui avevamo parlato. Questo fu l'inizio di un cammino che lo portò a chiedere il battesimo. Un giorno questo uomo, venendo a sapere che io dovevo essere trasferita, venne nel mio ufficio e mi disse fra le lacrime: "Suora, se tu vai via chi mi porterà incontro al Signore?". Ci fermammo qualche momento in silenzio e io gli risposi: "Ci sono altre suore e padri...". Ma lui disse: "È diverso...".

Ho assistito tanti moribondi, ma uno in particolare mi ha colpito molto. Era un malato già mezzo morto (le estremità inferiori erano tutte nere e puzzavano come carne morta). Respirava a fatica e non voleva chiudere gli occhi. Ho intuito che voleva vedere sua moglie, ma ella era malata e non poteva venire. Così decisi di portarlo a casa a salutare i suoi cari. Fu un viaggio di 40 minuti. Sua moglie lo baciò. Il giorno dopo vennero la figlia e il figlio ad assisterlo fino all'ultimo respiro. Mi chiesero una musica buddista e io li accontentai subito. La figlia rimase molto meravigliata per la nostra apertura anche ad altre religioni. e ci ringraziò molto.

Quello di cui sono molto grata a Dio è l'opportunità che ci offre di accompagnare sia gli ospiti che i loro familiari, e di prenderci cura anche di anziani miserabili, abbandonati per le strade.

Sr. Assunta Kwo

 

 

Esperienza carismatica della Provincia Brasiliana

CASA DI APPOGGIO MADRE MARIA DOMENICA

Le sorelle della comunità Nostra Signora della Concezione di Lagarto, nello stato di Sergipe, nel Nordest del Brasile, sono venute spesso a contatto con una realtà di tanta sofferenza nell'ospedale in cui prestano servizio. Numerose persone povere, provenienti dalla periferia, cioè da posti lontani dall'ospedale, devono affrontare molti disagi nel prestare assistenza ai loro famigliari ricoverati in ospedale o per fare una visita medica o ancora per esami clinici di accertamento.  Poco a poco, fra riflessioni, preghiere e condivisione di pareri, è sorta una luce nel cuore sensibile di Suor Bernadetta Vasco Pereira: una casa di appoggio! Sì, proprio questo, una casa di appoggio! Allora la sorella va a condividere questo sogno con il parroco P. Pietro Vidal. Lui parla con il consiglio parrocchiale e questo sogno diventa un progetto possibile e realizzabile. Dopo aver acquistato la casa dei sogni, ci si è chiesto come chiamarla. Fra tanti nomi Suor Bernadetta non ritiene giusto darle nessun altro nome eccetto il nome della Fondatrice. E così quella casa è diventata: CASA DI APPOGGIO MADRE MARIA DOMENICA BARBANTINI.

Apostolato della comunità di LagartoI laici non sono lasciati fuori da questo progetto. Infatti i membri della Famiglia Maria Domenica Barbantini si danno il cambio nel prestare vari servizi giorno e notte: l'accoglienza, gli alimenti, risolvere qualche problema che può sorgere, seminare la spiritualità e il carisma della misericordia di Dio. Oggi, dopo pochi mesi dall'apertura, hanno già frequentato quella casa benedetta più di trecento persone. Tutti lodano e ringraziano Dio, riconoscendo la sua misericordia e il suo amore tramite i gesti delle suore e della Famiglia Laica Maria Domenica. Questi, da parte loro, svolgono volentieri questa missione rendendo visibili i gesti e le parole di Gesù. È Lui stesso, infatti, che serve ed è servito nei più bisognosi e abbandonati, come la mamma vedova dona il meglio di sé nel servire il suo unico figlio ammalato.

Sr. Marisa Inez Mosena

 

 

Esperienza carismatica della Delegazione Thailandese

La Thailandia è un paese di maggioranza Buddista (circa il 99%)  e i Cristiani sono pochissimi (circa 0,05%).  Le nostre comunità si trovano in mezzo a questa realtà.  Abbiamo:

  1. Comunità Casa Betania: è la casa di riposo per le anziane situata a Banpong, nella parte centrale della Thailandia.
  2. Comunità Spirito Consolatore: situata a Maesuay, verso la parte del nord della Thailandia; la sua attività è l'assistenza a domicilio.
  3. Comunità casa Lorenzo: è la casa per i bambini orfani affetti da AIDS.
  4. Comunità casa Barbantini: la sua attività è di assistere i malati nell'ospedale statale di Maesot.

Le esperienze significative carismatiche della Delegazione sono immense in tutte le comunità, ma avendo la possibilità di condividere solo una esperienza ho scelto quella della Casa Spirito Consolatore.

Apostolato della comunità di Maesuay in ThailandiaTutti i giorni, eccetto la domenica, le sorelle vanno a visitare i malati dando assistenza e consolazione e provvedendo a tutto quello che è necessario per la vita di una persona. Un giorno alle sorelle venne comunicato che c'era un giovane malato grave e le accompagnarono da lui. Questi non stava in casa con la sua famiglia, ma giaceva in una piccola capanna dietro la casa; era molto magro e aveva delle ferite dovute a dei foruncoli che ricoprivano la sua pelle. Le sorelle cominciarono subito a curarlo, ma si accorgevano che in casa c'erano delle persone. Dopo aver finito di curare l'ammalato andarono in casa e si fermarono a parlare; così vennero a sapere dai genitori del malato che il giovane era un tossico dipendente. Aveva speso tanti beni della famiglia per la droga e quando i genitori si resero conto che egli non andava a scuola ma spendeva i soldi in quella maniera, si erano molto risentiti; per di più quando non aveva più soldi entrato in casa prendeva quello che trovava e lo vendeva per ricavarne i soldi per la droga. Ultimamente quello che aveva procurato molto dolore alla famiglia fu quando lui rubò la motocicletta che la sua sorella aveva comprato in regalo al papà. Dopo averla venduta, il giovane sparì da casa per tanto tempo e poi tornò in quella situazione di malattia grave. Nel raccontare tutto questo i genitori mostrarono ancora forte un senso di rabbia e di rancore, tanto che non volevano più sapere niente di questo figlio e nemmeno di chiamarlo figlio.

Le suore continuarono il loro servizio con attenzione ed amore al malato. Il suo stato si aggravò giorno dopo giorno. Tutti i giorni, dopo l'assistenza al malato, le sorelle passavano sempre dai suoi genitori condividendo con loro lo stato del loro figlio, ma essi mantenevano lo stesso atteggiamento duro nei suoi confronti. Un giorno il malato si aggravò molto e, notando che stava per passare all'altro mondo, le sorelle andarono dai suoi genitori e li invitarono ad andare dal loro figlio. Finalmente accettarono, ma rimasero fuori dalla porta; poi la mamma entrò e dopo di lei anche il papà. Erano lì tutti e due accanto al figlio e, dopo un po' di silenzio, il figlio disse: "Mamma, papà, perdonatemi!!!". La mamma si accostò più vicina al figlio e, prendendo la sua mano, gli rispose: "Figlio mio, non ti preoccupare, vai tranquillo!". Anche il papà gli disse: "Ti perdoniamo tutto, vai in pace". Allora il malato si rivolse alle sorelle dicendo:  "Suore, grazie!"  e poco dopo spirò.

Ho scelto di condividere questa esperienza perché a noi è molto cara. Quel giovane non conosceva Gesù, non aveva mai sentito parlare di Lui, però il messaggio di Gesù era entrato nel suo cuore attraverso il servizio amorevole delle sorelle. Aveva saputo riconoscere ed accettare il proprio sbaglio e si era riconciliato con se stesso e con i suoi genitori. La gioia del perdono e della riconciliazione cristiana aveva coinvolto anche i suoi familiari che, nonostante il dolore, godettero una gioia profonda. È la gioia che fa nascere la gratitudine in una persona, e viceversa. Grazie al carisma di misericordia dato a noi dalla Beata Madre Maria Domenica, la redenzione di Gesù continua ad arrivare alla gente del nostro tempo.

Sr. Teresa Rungphet Phanvongsa

 

 

Esperienza carismatica della Delegazione Keniana

Vorrei condividere un'esperienza del nostro carisma che è comune a noi tutte della congregazione. Nella nostra delegazione abbiamo tante di queste esperienze, ma ho scelto questa particolare perché mi pare più significativa ed è avvenuta recentemente.

Prima di tutto, la sede centrale della delegazione comprende tre comunità: la comunità della delegazione, la comunità del noviziato e la comunità del postulato e aspirandato. Ogni comunità ha la sua responsabile, però quando si tratta di feste grandi e significative o di attività apostoliche ci troviamo sempre assieme. Per esempio, tutte le domeniche pomeriggio noi andiamo fuori negli "slums". Al presente sono particolarmente tre gli "slums" dove noi sorelle e le nostre giovani esercitiamo il servizio del nostro carisma. È una cosa bella vedere queste giovani piene di entusiasmo che vanno a visitare e ad aiutare i poveri.

Ospedale di Tabaka in KeniaNonostante la nostra povertà, cerchiamo di fare delle mortificazioni e dei sacrifici per condividere con loro il poco che abbiamo. Si sente l'apertura delle giovani stesse verso chi soffre e chi non ha niente. Questa è una gioia perché, fin dalla formazione iniziale, queste giovani fanno esperienza del nostro carisma. Sono introdotte subito all'apostolato così che vedono la realtà dei poveri e dei malati e maturano nella loro chiamata ad essere misericordiose. Così, come future Ministre degli Infermi, possono anche discernere bene se è proprio vero che il Signore le chiama in questa famiglia religiosa oppure no. Hanno entusiasmo e volontà di andare sempre a incontrare i malati e i poveri. Alcune realizzano la loro vocazione come religiose nonostante la loro fragilità (che è propria dei giovani di oggi). Se veramente sono vere vocazioni, il Signore lo rivelerà a loro e anche a noi.

Ho visto e sperimentato questo slancio nel servire gli altri con molta apertura e amore quando le sorelle hanno scoperto in uno degli slums una mamma di nome Agnese,  che è morta nel mese di maggio 2006. La donna, affetta da A.I.D.S. e abbandonata dai figli e da tutti i parenti, ormai non poteva più alzarsi dal letto, quindi giaceva nella sua sporcizia e nei vermi, non mangiava più, il suo corpo era piegato in due e sembrava una bambina di dieci o dodici anni. Non aveva più muscolatura, ma era solo pelle e ossa; riusciva ancora a parlare ma con voce fioca, propria di una persona sfinita che non aveva  mangiato da tanti giorni.

Le sorelle e le giovani in formazione cominciarono a prendersi cura di lei, sentendo quasi risuonare nelle orecchie le parole della Fondatrice: "... in quelle stalle luride e ripugnanti, là dovete andare e servire Dio..."; o le parole di San Camillo: "... più cuore in quelle mani, fratello...". Le sorelle non pensarono a niente altro che a lavarla e cambiarla perché potesse sentirsi risollevata; poi pensarono al cibo e dato che non poteva mangiare cibi solidi, le preparavano tutto frullato. Due volte al giorno - mattina e pomeriggio - andavano da lei incuranti della sua malattia contagiosa, senza timore di curare le sue piaghe da decubito. Agnese parlava molto poco, però riconobbe due delle sorelle che aveva conosciuto prima della sua malattia.

Dopo poco tempo l'ammalata chiese i sacramenti e le sorelle parlarono con il parroco, Padre Gabriele (Spiritan Fathers) che poi andò con loro per battezzare Agnese. Tutto questo risultò un forte insegnamento non verbale per i familiari di Agnese, una preparazione molto importante anche per loro, una testimonianza commovente. Ho provato tanta gioia nel vedere come ogni giorno le nostre giovani suore e le giovani in formazione si mettevano a disposizione per questo servizio. Permettetemi di ripetere che è bello e importante che queste sorelle nella formazione iniziale manifestino il desiderio e la volontà di andare ad aiutare gli altri. Lì si vede l'entusiasmo di chi va oltre se stessa, la spontaneità di andare incontro a uno che soffre senza discriminazioni, senza badare a ripugnanze, ma sempre con amore. 

Pochi giorni dopo aver ricevuto i sacramenti, Agnese morì davanti ai suoi parenti che avevano ricominciato a starle vicino.

Questa esperienza conferma il fatto che l'evangelizzazione non è fatta solo di parole ma anche con le azioni. Come la nostra cara beata Fondatrice parlava con i fatti e tutto il bene che faceva muoveva il cuore di chi le stava accanto, così anche noi stiamo imparando ad imitarla con i nostri piccoli gesti d'amore verso coloro che hanno bisogno di noi. Ci sentiamo responsabili di diffondere la compassione di Cristo verso gli abbandonati e i piccoli.

Ringraziamo il Signore che ogni giorno ci dà l'entusiasmo e l'audacia, la comprensione e l'unità nella comunione, realizzando così la nostra vocazione cristiana e la chiamata alla vita religiosa in questa famiglia delle Suore Ministre degli Infermi di S. Camillo.

Sr. Catherine Wanga

 

 

Esperienza carismatica della Delegazione Filippina

La storia di ‘Manang Fidela'.

Questa è una storia che fa risplendere il nostro carisma vissuto dalle sorelle della missione filippina. Ci sarebbero tante belle esperienze da raccontare, ma ho scelto la storia di Manang Fidela che mi è stata narrata dalle sorelle e che è stata motivo di una particolare ‘conversione' per una persona che ha cercato di prepararla per la morte.

Nel 2002 la Casa di Riposo Balay ni Maria Domenica (Casa di Maria Domenica) è stata aperta in Digos, Davao del Sur (nell'isola di Mindanao) per accogliere anziane abbandonate e persone handicappate. Una delle prime persone accolte è stata Fidela. Aveva solo 58 anni quando è arrivata a Balay ni Maria Domenica nel mese di ottobre 2003, accompagnata da un'assistente sociale.

Quando era ancora adolescente aveva cominciato a lavorare come casalinga in una famiglia cinese in un paese che si chiama General Santos. Poi, nella sua relazione con il figlio del padrone, rimase incinta. Dopo la nascita della bambina, Fidela se ne andò via con un'amica, lasciando la piccola a suo padre. Per tanti anni Fidela abitava in Ermita, una zona particolarmente malfamata di Manila, facendo la vita di prostituta. Il suo sogno era di poter studiare, ed era proprio quello il motivo per cui aveva lasciato il suo paese. Poi si trasferì a Olongapo, dove c'era una base militare americana e là continuava a vivere la sua vita con molti partners. Quando venne a sapere di avere un tumore cervicale, volle lasciare Olongapo per ritornare al suo paese chiedendo di essere accolta presso un ente statale (DSWD), ma la sua malattia era già molto grave.

Madre Tomasina durante la visita nelle FilippineLa responsabile di quell'ente statale, che conosceva le sorelle, accompagnò Fidela a Balay ni Maria Domenica. Le sorelle si presero cura di lei con tanto amore e tanta premura. La resero così contenta che, nonostante sua madre la volesse a casa sua, decise si rimanere con le suore fino alla morte. Negli ultimi giorni della sua malattia il tumore ormai molto aggravato faceva puzzare tutta la stanza.

Le sorelle prepararono Fidela fino al punto che l'ammalata chiese di parlare con un sacerdote. Così avvertirono il parroco, Don Sanny, al quale Fidela voleva raccontare la sua esperienza e dal quale sperava di ricevere il perdono di Dio. Era suo desiderio anche di riconciliarsi con sua madre, che non aveva più visto per tantissimi anni; così le scrisse una lettera, chiedendole perdono. Il parroco aveva sempre paura di avvicinarsi ai malati e moribondi, ma, incoraggiato dalle sorelle, un giorno venne con la decisione di spendere più tempo con lei per ascoltare la confessione e poi darle l'Unzione degli Infermi. In seguito raccontò alle sorelle che l'odore dell'ammalata non lo lasciava per tre giorni. Nonostante questo, continuò a venire fino al giorno in cui Fidela morì il 31 dicembre 2003, rimanendo a lungo al capezzale della moribonda. Due giorni prima di morire due nipoti di Fidela vennero a prenderla per portarla a casa sua, ma lei non volle andare "perché - disse - questa è casa mia".

Il parroco fu molto colpito dall'amore delle sorelle verso i malati e si chiedeva sempre quale era il loro segreto per poter avvicinare i malati senza badare alle ripugnanze della natura. Per lui quella fu una delle più belle esperienze della sua vita e del suo ministero. Da allora in poi Don Sanny ha continuato con amore il suo ministero pastorale con gli ammalati, specialmente nella nuova parrocchia dove è stato trasferito e che è proprio il paese nativo di Manang Fidela.

Sr. Liberty Elarmo

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