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Conferenze e Omelie

Conferenze e Omelie
 

Maria Domenica Brun Barbantini:
Icona della Compassione di Dio
(Mons. Mansueto Bianchi, 21 maggio 2008)

MARIA DOMENICA BRUN BARBANTINI ICONA DELLA COMPASSIONE DI DIO



Amici Lucchesi, sorelle Ministre degli Infermi, se non vi dispiace vorrei cominciare di fondo, iniziare dalla fine perché lì è consegnata la chiave che permette di aprire le porte e varcare la soglia, li è dato  l’alfabeto che consente di sillabare la vita di Maria Domenica Brun Barbantini.

Capita del resto la stessa cosa anche nei vangeli, per esempio in Matteo, dove ai discepoli, dopo la morte e la risurrezione del Signore, viene chiesto di tornare in Galilea, là dove tutto aveva avuto inizio, quasi a ripercorrere l’intera vicenda, a rileggere l’intero evangelo, con il codice della Pasqua, con l’alfabeto del Risorto.

Cominciare di fondo, dicevo, cioè dalle ultime parole che Maria Domenica pronuncia pochi momenti prima di morire: “Ho sempre chiesto al Signore tanto amore e tanto dolore: il dolore non mi manca, ma l’amore…”. Quanto detto in quell’ultima notte, tra il 21 e il 22 maggio 1868, pone un binomio da brivido secondo le coordinate della nostra cultura e della nostra mentalità, eppure un binomio che è assolutamente normale, direi quasi scontato nell’esperienza dei mistici, da San Francesco a S. Gemma: il binomio amore-dolore. “Ho sempre  chiesto al Signore tanto amore e tanto dolore…”.



   Conferenza di Mons. Mansueto Bianchi



Quello che Maria Domenica chiedeva non era una sua originalità, quasi un inedito percorso nell’esperienza cristiana, chiedeva semplicemente di poter rimanere ed avanzare sul cammino del seguace, sulla strada del discepolo; chiedeva di essere e diventare “icona”, secondo il tema che mi è stato affidato stasera. Icona dell’amore trinitario che sceglie di  “consumarsi” nel dono verso la creatura, sceglie di fare esodo dalla propria beatitudine per venire verso di noi, verso la nostra lontananza e fare di noi la sua gioia, il suo paradiso. Icona dell’amore trinitario che sceglie di entrare nell’inferno della creatura peccatrice e ostile, di prendere su di sé il nostro inferno, il nostro peccato, sceglie di porre la sua tenda dentro la geografia della nostra perdizione, della nostra maledizione per aprirci la strada al paradiso del “noi”, alla casa felice dell’essere figli e fratelli. Per questo l’amore chiama  il dolore, già nel cuore della Trinità, già nella carne del Figlio, perché Dio ha scelto di amare l’uomo peccatore, la creatura ferita e si è fatto percorritore delle sue strade di solitudine, di ottuso silenzio o di aperta maledizione. Dio ha scelto di percorrere ed abitare i luoghi più atei della nostra vita: la sofferenza, la disperazione, la morte, per tutto ricondurre e riconsegnare alla gioia dell’incontro, al Paradiso del “noi”. Per questo l’amore chiama il dolore, diventa passione, anzi “compassione” cioè il patire di Dio insieme alla sua creatura, lo scendere della Trinità dentro la fossa della nostra creaturalità e del nostro peccato; per questo nella Rivelazione cristiana l’abisso del dolore e il vertice dell’amore si incontrano e si esprimono nel unico simbolo, nell’unico evento che è la Croce di Cristo: misura suprema del soffrire e dell’amare. Giustamente annota la grande  senese, Caterina, “non terra, non legno, non chiodi, tenne in piedi la Croce, ma amore!”.

Ho sempre chiesto al Signore tanto dolore e tanto amore…”: semplicemente e sommamente questo aveva chiesto, di essere, secondo l’espressione degli Atti, “una  seguace del Nome”, cioè di essere anche lei l’orma della Trinità nell’esodo della storia, l’impronta umile, ma riconoscibile del passaggio di Dio lungo la strada della nostra umana avventura, l’impronta della Trinità in questa terra di Lucca, nel cuore XIX° secolo.

Era nata in un anno che diventerà un simbolo dentro la storia dell’occidente: il 1789, l’anno della Rivoluzione francese. Traverserà, nei suoi 79 anni, un tracciato denso di fermenti e di sconvolgimenti, anche nella quieta Lucca, che segnerà la fine di un mondo antico e calcificato per generare, traumaticamente, l’assetto della nostra vicenda contemporanea. Visse il ciclone napoleonico, la restaurazione, i moti liberali per l’unità d’Italia e le guerre d’indipendenza con l’epopea mazziniana e garibaldina, la fine di Lucca come Stato, il suo passaggio al Granducato di Toscana, la costituzione di un’Italia unita, le tensioni fortissime della Chiesa e del Papato con la nuova classe dirigente e l’ideologia che lo supportava, morì mentre  si acuiva e stava per esplodere anche militarmente, la questione romana che avrebbe a lungo lacerato la coscienza dei Cattolici e seriamente ferito il rapporto tre la Chiesa e il nuovo Stato Italiano.

Questa tumultuosa stagione e l’intero secolo XIX° fu per la piccola e quieta lucchesia un tempo eccezionalmente intensificato ed esponenziato dal dono della santità: basterà pronunciare tre nomi: Maria Domenica Barbantini, Elena Guerra, Gemma Galgani. Un flusso di santità che percorse il nostro territorio, segnando una stagione unica nella chiesa  lucchese. E fu una santità al femminile. Dentro un quadro culturale ed una prassi sociale ed ecclesiale in cui il  ruolo della donna era ben schematizzato e ristretto nella secondarietà e nella subordinazione, questi tre nomi hanno pervaso ed occupato spazi e ruoli impensabili, hanno scritto una vicenda davvero fuori delle righe, non rimuovendo o reprimendo la loro femminilità, ma interamente esprimendola, anzi potenziandola nel soffio dello Spirito, tanto da connotarla con quei tratti che sono così tipicamente femminili: “la passione, la sensibilità, la finezza d’animo, la capacità intuitiva, la fortezza di spirito, l’attenzione ai particolari e la fermezza nelle proprie convinzioni” (P. Ciardella, Identità femminile e testimonianza del Vangelo a Lucca tra Ottocento e Novecento, p. 4).

Queste donne, secondo l’espressione di Mons. Agresti, hanno messo il fuoco sopra la città e hanno indelebilmente segnato il cammino della Chiesa. Il loro carisma, peraltro, esprime una misteriosa ma reale complementarità: Elena Guerra pone al centro la persona dello Spirito, il dono della nuova Pentecoste sulla Chiesa, intraprende la strada del servizio educativo e formativo, pone perciò la sua testimonianza sotto il segno della speranza, quella “speranza che non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo” (Romani, 5,5).

Santa Gemma esprime una spiritualità essenzialmente Cristocentrica, focalizzata sulla Passione e sulla Croce di Cristo come espiazione del peccato del mondo; le stigmate che feriscono la sua carne dicono la configurazione alla Passione del Signore ed insieme ai fenomeni mistici che ne accompagnano la breve strada chiamano con forza la virtù della Fede come tipica del suo cammino di discepola.

In Maria Domenica domina e colpisce la figura materna, il suo aver generato un figlio e perciò esser compiutamente madre, ed insieme questo chinarsi sopra le sue figlie che sono ad un tempo le Ministre degli Infermi e le povere inferme ed agonizzanti nei tuguri lucchesi. La sua morte sarà segnata dal pianto di una città, soprattutto dal pianto dei poveri ammalati che unanimemente diranno: “Abbiamo perduto una madre!”. Questa maternità che si china, che accoglie, che abbraccia è l’icona della paternità di Dio che si fa totalmente dono per ciascuno dei suoi figli: è la compassione del Padre che si china ad abbracciare la città. Perciò la testimonianza di Maria Domenica è essenzialmente consumata e custodita nella carità.

Mi pare di un’eccezionale bellezza questo mosaico Trinitario che Dio ha composto nella vicenda della nostra città, cui risponde la fede di Gemma, la speranza della Beata Elena, l’amore, la carità di Maria Domenica.

“Ho sempre  chiesto al Signore tanto dolore e tanto amore...”. Scorrendo la biografia della Barbantini c’è un elemento che risalta e colpisce: la  vastità e la profondità del dolore nello spazio della sua vita. Prima dei 14 anni aveva già perduto il babbo e tre fratelli, a 22 anni perderà lo sposo dopo soli 5 mesi di matrimonio, infine morirà l’unico figlio all’età di otto anni. È come se Dio avesse voluto umanamente desertificare la vita di questa sua creatura, aprendo in lei voragini di dolore ed ogni volta esse non riuscirono ad inghiottire la vita di questa donna, non riuscirono a desertificarne l’anima, a serrarla nello spazio stretto del rimpianto e dell’autocommiserazione, a renderla repulsiva o impenetrabile al dolore altrui: la voragine del dolore fu colmata dalla misura dell’amore, il deserto degli affetti strappati rifiorì in gesti e sentimenti di misericordia e di compassione verso chi, come lei, era  ferito dal dolore o inaridito dalla solitudine. Dio la raggiunse lungo la strada del dolore e la trasmutò in un tracciato di amore. Sulla via della Croce il Signore la rese discepola, ribaltò la pietra del suo umano sepolcro e da un cuore colmo di nomi e di volti perduti fece uscire il gesto del servizio e del dono, il canto alla vita.

Converrà sostare brevemente sui due fondamentali passaggi in cui Dio visita questa vita sotto il segno dell’aridità del dolore e ogni volta lo supera e lo trasfigura nella fecondità dell’amore. Quando, a 22 anni, apprende la notizia dell’improvvisa morte di Salvatore, suo amatissimo sposo da neppure cinque mesi e mentre porta nel grembo il frutto del loro amore, Maria Domenica chiede di restare sola e rivolgendosi al Crocifisso dice: “Ah Mio Dio… Dio del mio cuore, io vi ringrazio in mezzo alle amarezze che mi circondano… bacio con amore quella mano che mi ha colpito per la mia salvezza… Mi avete resa libera e sciolta dai vincoli del matrimonio perché mi stringa a voi con i legami di un costante indiviso amore… Voi solo, Crocifisso mio bene, sarete da qui innanzi il dolcissimo sposo dell’anima mia… il mio unico e solo amore”. Lascia sconcertati e senza fiato accorgersi con quale immediatezza e radicalità questa donna sia capace di leggere un devastante dolore con l’alfabeto dell’amore, di scoprirsi amata proprio in ciò che atrocemente la fa soffrire, e di trasformare la perdita dell’amore della sua vita nelle nozze mistiche dell’anima con Gesù Crocefisso: da un grande amore all’amore più grande!

Il secondo passaggio di Dio nella sua vita, sulla strada del dolore, avviene otto anni dopo con la perdita del figlio che in trentotto ore si ammala e muore. Questa volta a Maria Domenica sembrò di impazzire: è lei stessa che lo scrive: “Non so come io potessi sopravvivere a lui, o come io non perdesi il senno, che certo per molto tempo io non conoscevo più me stessa”. Scrive giustamente Sr. Riccarda Lazzari: “La descrizione della morte del figlio, fatta dalla madre nella sua autobiografia, è una della pagine più affascinanti e straordinarie di Maria Domenica in cui il dolore acuto e la fede eroica lottano insieme, ai piedi del figlio morente… Il fiat per la morte del figlio è il dono della Barbantini per l’umanità sofferente. La mamma di Lorenzino sarà, infatti, d’ora in poi, la mamma degli infelici, dei malati, dei poveri della sua città. La sua maternità, spezzata nella carne, si trasforma e si moltiplica in una maternità spirituale più vasta e universale” (ibidem, p. 29).

Sono due passaggi drammatici e stupendi: dalla perdita dello sposo alla scelta di Cristo Crocefisso come amore supremo e sposo dell’anima; dalla perdita del figlio alla scelta dei poveri e dei sofferenti come figli della sua vita. Come Maria ai piedi della croce, nel momento in cui perde il figlio della carne dilata spiritualmente la sua maternità a misura del bisogno e dell’attesa dell’umanità.

Dunque Cristo-sposo ed i poveri come figli: ecco la famiglia di Maria Domenica, desertificata dal dolore e dalla morte e da lei ricomposta e dilatata nel gesto dell’amore che lega necessariamente e indissolubilmente Dio ed i fratelli, la fede e le opere, il cuore e le mani. Sulla strada del dolore Dio le ha insegnato l’amore; come alla sposa del Cantico le ha “rapito il cuore” e l’ha resa icona di misericordia e di compassione davanti alla Chiesa e davanti alla città.

Icona di misericordia: se dovesse biblicamente definire cosa sia la misericordia, direi semplicemente così: è l’amore che si volge a chi è lontano, a chi non è amabile, a chi non ha titolo né motivo per essere amato. La misericordia è dunque l’amore nella sua pura gratuità, nella sua immotivatezza, è l’amore che non ha perché, che è di perché a se stesso, o meglio che non trova “perché” in colui che viene amato ma solo in chi liberamente e gratuitamente ama. In questo senso la misericordia è il modo proprio di amare di Dio, è l’amore di Dio nel suo volgesi alla creatura: è il suo amarci quando siamo ancora lontani e peccatori, è il suo volerci bene senza motivo se non quello che Dio è amore cioè che Dio è Dio, è il suo amarci non perché ne siamo degni e lo meritiamo ma solo perché ne abbiamo bisogno. Non il merito ma il bisogno fa titolo di amore davanti alla misericordia. Dio non ama ciò quello che è degno di essere amato ma amandoci da indegni ci rende degni di essere amati. Questo è biblicamente l’amore fatto misericordia, la Hesed di Dio per l’uomo peccatore. Di questa misericordia Maria Domenica fu icona tersa dentro la Chiesa di Lucca e dentro la città. Essa fu davvero la mano tesa di Dio, il suo cuore dilatato e posto accanto al destino senza dignità e senza speranza degli abbandonati, dei colpiti della povertà e della malattia, degli agonizzanti nella solitudine e nella disperazione. Come Dio aveva fatto con lei, anche lei si fece percorritrice dell’umana geografia più desertificata di Lucca, per visitarla sotto il segno dell’amore fatto Misericordia. Attraverso le sue mani, i suoi passi, il suo cuore Dio poté essere Padre e Madre di tanti figli, di tanta gente orfana d’amore che solo sull’ultima soglia incontrò la Misericordia, l’elementare verità dell’essere amata, quel seme, quel piccolo germe che, cresciuto e fiorito si chiama paradiso.

Vorrei chiudere con un’immagine che ho incontrato nella biografia di Valerio Lessi e di Suor Riccarda Lazzari e mi è rimasta come incisa nel cuore e nella memoria: un sacerdote, l’abate Paoli, chiede a Maria Domenica di far visita ad una inferma per prepararla a ricevere i sacramenti. Lei va, rimane quanto occorre poi si allontana perché costata che la sua presenza non era  necessaria. L’abate Paoli la incontra, la rimprovera e, senza averne alcuna autorità, le ordina di tornare da quell’ammalata la notte seguente. Madre Maria Domenica obbedisce. Era una notte di inferno, un temporale furioso si abbatté sul Lucca: lei si trovava per la strada, il vento e l’acqua le spensero il lume, nel buio delle strade non riusciva più a rintracciare la porta, incespicò in alcuni gradini e cadde in terra; finalmente tutta bagnata e infangata riuscì a tentoni a trovare la porta, salì dall’ammalata e, bagnata com’era, la vegliò tutta la notte senza che l’altra ne avesse veramente bisogno, poi tornò a  casa per una nuova giornata di lavoro.

Ho ripensato spesso in questi giorni a quel suo drammatico avanzare nella notte e mi è sembrato la sintesi della metafora di tutta la sua vita. Un cammino nel buio sotto il segno della fatica e della pena, quando anche la lanterna, le piccole luci si spengono, quando l’ambiente ti bagna e t’infanga, cioè ti circonda di incomprensione, maldicenza, sospetto, quando neppure la Chiesa sembra capirti e sostenerti come dovrebbe (e qui il riferimento sarebbe ai difficili rapporti con l’Arcivescovo Giulio Arrigoni), quando anche le motivazioni razionali e di buon senso si fanno deboli e non convincenti, eppure Maria Domenica continua la sua strada perché il motivo che veramente la porta è custodito nello scrigno del cuore ed è l’immotivatezza, la gratuità, l’eccedenza dell’amore fatto misericordia che percorre il deserto della città. Allora quel cammino drammatico nella notte fino a bussare alla porta diventa secondo il Cantico dei Cantici il cammino dell’amata che esce di notte per le vie della città in cerca “dell’amato del mio cuore”, diventa il cammino della sposa che nulla cura fatica e pena perchè solo cerca l’incontro con lo sposo. È proprio così: l’eccezionale vicenda di questa formidabile donna si risolve nel tracciato esile e forte di una canzone di amore, del Cantico dei Cantici, della canzone più bella dipanata per le strade di Lucca da quel menestrello che fu Maria Domenica. Ma dobbiamo dire che la città non cantò con lei.

Lucca, città di Santi; poco se n’è accorta e mai s’è entusiasmata. Di Maria Domenica dissero che c’era un fantasma che di notte girava con una lanterna per le strade di Lucca. Di Santa Gemma ammiccando con la testa e dandosi di gomito diranno: “Ecco la mattuccia”. La Beata Elena Guerra sarà deposta da Superiora e relegata in infermeria. Davvero noi lucchesi non siamo facili a danzare sulla musica di Dio, non abbiamo orecchio per la canzone dei suoi menestrelli. Ben ci rappresenta l’episodio legato alla leggenda del Volto Santo di quel giovane menestrello francese che, sceso a Lucca per le feste di Santa Croce, girò le strade della città cantando la gloria del Volto Santo ma non ricevette dai lucchesi neppure un soldo di rame; giunto alla sera con lo stomaco vuoto e col nodo in gola compì un gesto disperato: andò a cantare la sua canzone dinanzi al Volto Santo per vedere se almeno Lui lo ascoltava. Ed il Volto Santo fece quello che i lucchesi non avevano fatto: lanciò in dono al giovane il suo calzare d’argento, la sua “ciabatta” come diciamo noi. E se i lucchesi non vollero lasciare il Volto Santo scalzo dovettero riscattare il calzare con moneta sonante.

Ho sempre chiesto al Signore tanto dolore e tanto amore…”. Ecco, siamo giunti alla fine, ci ricolleghiamo al punto da cui siamo partiti; a quel binomio “amore-dolore” che è stato il codice per decodificare la vita di questa sorella più grande e che ci ha accompagnato in questo viaggio, breve ed incompleto, in alcuni passaggi della sua vita.

Quell’ultima frase, in limine vitae, finiva cosi “Il dolore non mi manca, ma l’amore…”. Nell’ultimo passo Maria Domenica giudicava ancora scarsa ed incompleta la misura dell’amore. Credo che quella frase incompiuta, quell’amore incompleto suoni oggi nel cuore della Chiesa di Lucca e nel 33º Capitolo Generale delle Suore Ministre degli Infermi come una chiamata, un invito, un’attesa.

Il dolore non mi manca, ma l’amore…” La misura incompiuta dell’amore passa oggi dalla vita della Beata Maria Domenica Brun Barbantini alla vita di questa nostra Chiesa, alla vita delle Suore Barbantini, perché noi oggi la portiamo a compimento diventando evangelicamente la misura “pigiata, scossa e traboccante” dell’amore fatto Misericordia.

Lucca, 21 maggio 2008

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 CONFERENZA DI MONS. GIOVANNI SCARABELLI

ASPETTO STORICO-MISTICO DEL NOSTRO CARISMA

Il tema che è stato previsto nei vostri lavori è quello di vedere sotto l’aspetto storico-mistico il carisma, naturalmente nella radice della vostra Beata Fondatrice.

Comincio con una esigenza che esprimeva Don Divo Barsotti. Quando accettava di parlare di qualche figura di santi o di beati o di servi di Dio - che conosceva naturalmente ma non conosceva il loro ambiente - chiedeva sempre di avere, un giorno prima, a disposizione qualcuno che facesse da guida ai luoghi in cui, colui del quale avrebbe parlato il giorno dopo, aveva vissuto. Perché? Esprimeva questa profonda convinzione - l’ho sentita più volte personalmente - che anche il luogo in cui una persona ha vissuto, in qualche modo ne determina la spiritualità e in qualche modo ne assorbe anche la spiritualità, in una influenza reciproca. E difatti, quando fece poi una celebre conferenza all’Ateneo di Brescia su Annunciata Asteria Cocchetti, ne uscì veramente un inno nel quale si sentiva evidente il riflesso della Valle Camonica.

Quindi il primo aspetto che vorrei evidenziare: andate a Lucca! Chi non c’è stata, ci vada! Perché è a Lucca, è anche in quell’ambiente in cui la famiglia religiosa è nata, che si coglie con singolare efficacia, la personalità ed il carisma della Fondatrice. Lucca, alla fine del ‘700, e ai primi dell’800 è una città-stato, chiusa, completamente chiusa dentro al cerchio delle mura; una città che è definita “civile”. Vi può sembrar strana questa definizione, ma se si fa riferimento allo sbracamento, diciamo così, della città di Viareggio o se si fa riferimento proprio a uno stile un pochino slabbrato delle altre città Toscane, Lucca – proprio anche popolarmente – ha un linguaggio e un modo di porsi veramente civile, che educa, direi, alla raffinatezza. È qualche cosa proprio contenuto nell’ambiente. Scusate faccio un raffronto, tra l’altro proprio del tutto disinteressato perché non sono lucchese e tanto meno viareggino, fra Pisa e Lucca. Pisa ha alcuni monumenti ineguagliabili, in un contesto cittadino che mi permetto di definire “sgangherato”. Lucca non ha queste cose da urlo, ma tutto il complesso della città di Lucca esprime una notevole armonia. Ecco perché un ambiente di quel genere, fuori dai grandi flussi stradali, delle comunicazioni del tempo, ma erede di una tradizione commerciale che, pur defilata rispetto ad altre città tipo Firenze, l’ha comunque tenuta in ambito Europeo, ha la sua importanza. Io, in Belgio, ho trovato delle raffigurazioni del Volto Santo di Lucca. A Camaiore, che è un buchetto di paese tutto sommato, c’è una delle più grandi opere d’arte fiamminghe: il Cenacolo di Pieter de Pannemaker, del 1515. Semplicemente per dire che le mura che chiudono la città non hanno chiuso la testa, ma hanno consentito la conservazione di quella raffinatezza e anche di quella riservatezza che entra nelle caratteristiche di Maria Domenica, che va a visitare di notte, riservatamente agli elle qualche cosa di, proprio,uenti:inizi, le povere inferme chiuse nei piani alti e nei sottotetti – anche perché Lucca è economa, per cui i gradini vengono economizzati – 20 cm di gradini invece di 17, anche 21, belli ripidi, così che per arrivare in cima c’è da sputar fuori anche i polmoni. Sto un momentino insistendo su questo fatto perché Lucca non è una città chiusa, ma è stata aperta ai flussi europei tant’è che era dotata di una guardia svizzera, né più né meno come il Vaticano, tant’è che il papà di Maria Domenica, lo sappiamo tutti, veniva dalla Svizzera… Per dire che questi elementi entrano nella formazione della personalità di Maria Domenica. Vi invito nuovamente: andate a Lucca per respirare quell’ambiente che fa comprendere maggiormente la personalità e la spiritualità della Fondatrice, anche per non perdere, assolutamente mai, le radici della vostra famiglia religiosa. Questa esigenza non è per una rivendicazione nazionalista, ma per una identità spirituale.

Io mi sono chiesto spesso (aggiungo un altro elemento), pensando alle Dorotee da Cemmo, ma vale altrettanto per voi: “Perché il carisma della fondazione è stato, ed è accolto così largamente nei paesi che stentano a raggiungere i livelli di sviluppo tipici del nord del mondo, cioè Europa, America del nord, ecc.?”. Perché corrispondono agli ambienti delle origini. E come è fecondo il carisma in quell’ambiente delle origini, similmente è fecondo là dove gli ambienti sono simili a quelli delle origini del carisma. Oltre, ovviamente, al valore interno al carisma stesso: “I poveri li avrete sempre con voi”, i malati sono sempre presenti tra noi. Io sono reduce dal pellegrinaggio a Lourdes dall’1 al 6 di maggio ed è sempre una esperienza profondamente toccante vedere questa massa di malati. Quest’anno ne avevamo 1.500 solo nel nostro pellegrinaggio, abbiamo riempito da soli la basilica di San Pio X. Ma quel che tocca ancor di più - e qui il carisma viene effettivamente ad identificarsi nella sua ricchezza - non è soltanto questo mondo di sofferenza e di dolore e di speranza, ma è tutto quel mondo nascosto di dolore e di sofferenza psicologica e morale che è costituita dal peccato o da situazioni pesanti in chi viene a servire. Dico sinceramente che molto spesso mi è capitato, in questi trent’anni di pellegrinaggi a Lourdes, di dover dare più attenzione al personale di servizio che non ai malati. I bisogni erano maggiori talvolta proprio in coloro che assistevano piuttosto che in chi era assistito.

Il carisma riguarda la persona, non riguarda la malattia. Ribadisco: il carisma riguarda la persona. E la persona va accolta, va accostata; e va accolta nella pienezza delle sue esigenze. Non casualmente Maria Domenica coniuga l’assistenza alle povere inferme, l’assistenza e il soccorso alla malattia, all’assistenza spirituale alla persona che è segnata dal limite della malattia. Quindi avere sempre presente questo: è la persona che in quel momento ha un limite di salute, ma è sempre la persona. E qui consentitemi un piccolo riferimento che alle suore di Viareggio è stranoto, ma è un piccolo riferimento nella mia esperienza nella organizzazione della Misericordia. Quando parlo nei corsi di formazione per i volontari - attirati molto dall’idea di fare la volata, in ambulanza a sirene spiegate - dico sempre: “Attenti, perché il problema di un incidentato non è il fatto di essersi rotto una gamba, o di aver picchiato la testa, ecc.: questo è quello che appare in superficie e che va immediatamente soccorso. Ma quando quello urla, non urla soltanto per il dolore, ma anche perché quell’incidente lo mette in mani sconosciute: e chi lo conosceva prima? e chi lo vedrà dopo? – in mani estranee! Tagliato fuori completamente dall’ambiente ordinario e dai suoi progetti: per dire, sostanzialmente, che l’urlo esprime l’angoscia della solitudine, ancor più che il dolore per la gamba ferita e il braccio rotto o la testa picchiata. Per cui è vero che bisogna intervenire professionalmente sull’emergenza dell’incidente, ma vanno spesi dieci secondi prendendogli la mano e dicendogli: “Non si preoccupi, mi dia un numero di telefono, ci penso io ai collegamenti”. Cosa che non avviene mai: “Ci pensino al pronto soccorso”. Essere Misericordia significa quei dieci secondi che dicono: l’emergenza è compresa nella sua profondità umana e personale e non è un fatto esclusivamente fisiologico. Noi abbiamo di fronte la persona; non abbiamo di fronte il “caso clinico”. A questo proposito, ci sarebbero delle belle esperienze da riferire, tipo quella di quando sono andato a fare la TAC per un’ernia al disco. Concordato tutto - c’erano ancora le suore al vecchio ospedale di Viareggio - arrivo all’ora che mi avevano chiesto di essere presente in ambulanza. Mi avevano detto: “Mi raccomando, in ambulanza perché Lei è ricoverato, ecc.” Ho obbedito in tutto e la suora dice al medico primario del reparto: “C’è qui Don Scarabelli che deve fare quella TAC”. Lui ha reagito così: “Ah, sì, mi dia la cartella 14”. Ecco, la cartella 14. Non pretendo nessun privilegio, ma pretendo di non essere la cartella 14. Ecco, semplicemente per capire, perché stiamo parlando del carisma.

E allora - entro finalmente nel tema - la domanda fondamentale è: ma Maria Domenica, attraverso quali esperienze arriva al carisma? Io seguirò un ordine che non è un ordine cronologico, ma è un ordine fondato nella storia di Maria Domenica, un ordine teologico e logico.

Non credo assolutamente che sia casuale il fatto che la fondazione ufficiale avviene nella Chiesa della Ss.ma Trinità, perché l’esperienza della Ss.ma Trinità è il luogo teologico fondamentale del carisma. Che cosa è la Ss.ma Trinità, che abbiamo in maniera particolare celebrato otto giorni fa? È la rivelazione di un amore totale; è la rivelazione dell’amore totale. Qui mi scapperebbe anche la voglia di dire che questa realtà della Ss.ma Trinità è talmente radicale nella sua identità da non poter essere confusa né con Jahweh, né con Allah, alla faccia di chi crede il contrario (ma qui non voglio aprire questo discorso). La Ss.ma Trinità è, in sé e per chi vi partecipa, per chi vi si inserisce, l’esperienza di un amore totale nella dimensione della paternità e della figliolanza. Vi prego di tener presenti gli aggettivi che uso, perché sono tutti qualificativi della esperienza di Maria Domenica che confluisce nel carisma. Quindi, il posto in cui Maria Domenica si colloca è l’esperienza della Trinità Ss.ma, amore paterno e filiale.

Il secondo passaggio – l’avete anche in cappella – è Maria Santissima Addolorata. Quale tipo di esperienza ella presenta: quella dell’amore materno! Ancora una volta un amore totale ma nella maternità; un amore che è così totale nella maternità da assumere un valore universale, superando addirittura quelli che sono i legami naturali con il Figlio, perché ella partecipa al sacrificio del Figlio. Ecco la totalità dell’amore dell’Addolorata. L’amore per l’umanità è talmente forte da farla partecipare al sacrificio del Figlio. È una maternità senza confini, direi quasi è una maternità “innaturale”, perché la maternità naturale avrebbe portato Maria alla difesa ad oltranza, come la leonessa che difende i piccoli, per salvare la vita del Figlio. E invece proprio quell’essere umile ancella - “avvenga di me secondo la tua volontà” - questa inserzione piena nella Trinità Santissima la porta alla maturazione di un amore totale come è quello della Trinità Santissima tanto da condividere il sacrificio del Figlio. Questo è l’amore materno che Maria Domenica assume esemplarmente nella prima confraternita alla quale partecipa, confraternita che non casualmente è appunto intitolata alla Beata Vergine Addolorata. Intendiamoci bene: fino a questo punto non c’è una grande differenza rispetto a quella che è tutta la spiritualità dell’Ottocento in cui Maria Domenica è inserita e di cui è una delle più significative espressioni. Perché l’Ottocento è segnato proprio dal Crocifisso e dall’Addolorata.

    Ma vi è un ulteriore passaggio. Abbiamo visto:
  • esperienza fondante della Trinità – amore paterno e filiale
  • esperienza dell’Addolorata – amore materno

Ma sappiamo tutti perfettamente che Maria Domenica si sposa e quindi alla esperienza dell’amore totale finora espresso, s’aggiunge anche l’aggettivo ‘coniugale’: paterno, filiale, materno, coniugale. Dite: “allora noi, venerande figlie della Domenica Barbantini, la tradiamo se noi non ci sposiamo prima, poi ammazziamo il marito per rimanere vedove e poi diventare suore”. Ovviamente, no! Perché quel che importa non è tanto l’esperienza naturale-coniugale quanto lo spirito coniugale che esprime il matrimonio; è l’essere “congiunti con” l’altro in maniera indissolubile. E allora, ecco che l’esperienza coniugale entra nel carisma facendo diventare il carisma una esperienza di congiunzione inalterabile, indefettibile, indissolubile con il malato, con la persona del malato, che è in quel determinato bisogno spirituale, intellettuale e fisico. Il vostro rapporto è il rapporto con il malato vissuto in termini di amore coniugale. Le esperienze mistiche di S. Caterina da Siena, con lo sposo nelle “Nozze mistiche”, ecc., lei, Maria Domenica, le vive non soltanto riferite alla Trinità Santissima e alla Vergine Addolorata, ma l’esperienza coniugale la porta a vivere la indissolubilità del rapporto con il malato. È la scelta di dono totale nel rapporto con il malato, un irreversibile, ribadisco, vincolo indissolubile come quello del matrimonio.

E siamo a quattro aggettivi qualificativi. Ma in tutti gli scritti della Madre, in tutte le sue lettere, oltre che nell’autobiografia, come nella esperienza vissuta fin dai primi anni, c’è un’altra esperienza d’amore che la segna in maniera determinante ed è l’esperienza della comunità. Tant’è che come si costituisce la prima comunità in casa sua, e lei rimane ancora con tutti i privilegi della fondatrice nel monastero della Visitazione, nel giro di pochissimo tempo, di poche settimane, di poco più di un mese - non ricordo con esattezza - matura la decisione di lasciare l’ospitalità privilegiata delle Visitandine perché comprende che il rapporto con la comunità è determinante nel suo itinerario di amore. E allora, l’esperienza della comunità di cui sempre si preoccuperà - basta leggere le lettere perchè tutte le volte c’è questo riferimento all’essere riunite - ecco, questa esperienza della comunità, questa esigenza della comunità la porta a scoprire, e quindi a inserire nel carisma l’amore fraterno o, come dice il Servo di Dio don Luca Pasi con un neologismo: “sorellevole”. (Un amore “sorellevole” in quanto si rivolgeva alle suore, e stava ovviamente per “fraterno”). Ecco un altro elemento aggiunto agli altri: amore paterno e filiale, materno, coniugale, fraterno.

Ma altrettanto tutte sapete, che Domenica Brun Barbantini inciampò in una vicenda, inciampò per modo di dire, che costituì la causa del reponatur negli anni ’20 o ’30 della Causa di Beatificazione: è la vicenda del rapporto con Antonio Perfetti. Penso, personalmente - lo ripeto e la ex-Madre generale sa perfettamente il mio pensiero in proposito - che le lettere del Perfetti a Maria Domenica (malauguratamente non si sono ancora ritrovate quelle di Maria Domenica al Perfetti) siano un’opera di spiritualità fra le più significative, se non la più significativa, dell’Ottocento. Tant’è che, a mio modesto parere – e Sr. Tomasina lo sa bene – insisto ancora nel dire che va fatto uno studio teologico di quelle lettere. E lei, per la verità, si impegnò in questo senso, parlando con una teologa di fama nazionale, sposata, e con la stessa esperienza in parte di Madra Domenica. Purtroppo successivamente al sì che Ina Siviglia ci disse, ella perse una figlia intorno ai vent’anni, improvvisamente. Questa teologa è segnata quindi anche da una vicenda personale che, superata la comprensibilissima crisi, avrebbe potuto consentirle veramente una comprensione ancora più profonda della personalità di Maria Domenica e della ricchezza di questa personalità attraverso le lettere del Perfetti a lei. Perché? Dico subito che si aggiunge l’ultimo elemento all’esperienza d’amore: è amore amicale. Quindi, siamo arrivati ai sei aggettivi che mi interessava illuminare, cioè, presentare. Ma un amore amicale che significa? E’ far partecipare del proprio cammino di santità l’altro. E anche questo entra pienamente nel carisma. Mi chiedo, io che ho un carisma, perché voi sapete, io sono frate, monaco, io 16-17 anni fa ho fatto i voti solenni. Il carisma del mio ordine, antichissimo ma molto sui generis, è quello dell’obsequium pauperum; è un ordine ospedaliero. E quindi c’è una sintonia di sensibilità, se non di comprensione, con voi. Ecco, chiedo a me, membro di un ordine ospedaliero: “Quante volte, nell’accostarmi alla persona segnata dal limite della malattia, mi pongo il problema di amarla, accompagnandola alla santità?”. Perché questo è il valore dell’esperienza dell’amore amicale di Maria Domenica nel vostro carisma. Maria Domenica è amica nel condividere un cammino di santificazione, porta il Perfetti alla santità; e Perfetti lo riconosce. Partito da prospettive ben diverse, gradualmente il rapporto – sotto il controllo del confessore certamente, ma l’attore è Maria Domenica; attore per la verità è sempre lo Spirito Santo, ma l’agente è Maria Domenica – acquista un ben diverso valore. Ebbene, proprio lei gradualmente conduce il Perfetti alla santità. E allora, questa serie di elementi che qualificano l’esperienza di Maria Domenica entrano a costituire, come nel caso di un bellissimo cristallo con tante sfaccettature, il vostro carisma. Qui si dovrebbe cominciare con la riflessione su come attuarlo, ma ora lo voglio sintetizzare perché il come attuarlo lo analizziamo fra poco.

    Ecco il riassunto:
  • Amore Trinitario – amore totale, paterno e filiale
  • Maria Ss.ma Addolorata – amore materno, universale
  • Barbantini – amore coniugale
  • Comunità – amore fraterno
  • Perfetti – amore amicale

Il carisma richiede paternità e figliolanza; richiede maternità; richiede coniugalità; richiede fraternità; richiede amicizia.

Riprendiamo dopo la pausa. Questa esperienza d’amore totale che Maria Domenica fa la rende pienamente donna. Mettetevelo bene in testa: l’amore realizzato in queste dimensioni matura pienamente anche da un punto di vista umano. E gridatelo nel vostro ministero. Questa verità, direi, collega la prima parte della riflessione che sto facendo con voi a questa seconda parte perché il punto di collegamento è un termine a voi ben noto: contemplazione. Contemplazione: che cosa significa? Non devo insegnarvelo, ma comunque lo richiamo semplicemente: significa entrare in un rapporto empatico con il contemplato. Empatia significa una assunzione in termini esistenziali, personali, un far proprio il contemplato. Esempio di domenica scorsa, che così ripeto la predica. La logica della contemplazione è la logica eucaristica. Ieri era il Corpus Domini. Noi che cosa facciamo? Stamattina, come ieri sera, abbiamo fatto colazione insieme; ieri sera abbiamo cenato insieme, abbiamo assunto una materia inanimata: il cibo. L’abbiamo fatto nostro, trasformandolo in nostra vita; l’abbiamo molto nobilitato, molto nobilitato.

Nell’Eucaristia avviene esattamente il contrario, non siamo noi che riduciamo Dio alla nostra dimensione, ma in Cristo Dio ci assume trasformandoci in sé, partecipi della vita divina. Altro che nobilitazione umana! La contemplazione è questo: è un farsi fare dal contemplato. È assumerlo, sì, ma lasciandoci trasformare dall’amore contemplato. Il carisma non è qualcosa da fare, il carisma è il contemplato che ci trasforma continuamente. Perché il carisma è sì, incarnato in Maria Domenica Brun Barbantini e nella sua famiglia religiosa, ma ha come origine sempre, perenne, lo Spirito Santo, ovviamente. E allora noi siamo assunti dal carisma, non siamo noi che assumiamo il carisma. Contemplazione è questa attualità d’essere assunti: non sono io che faccio, è lo Spirito Santo che fa in me; che mi fa essere e mi fa operare. Insisto molto, se mi permettete, su questa “quasi passività”. Perché noi siamo abituati a vivere, purtroppo, in una realtà, diciamo culturale, che è segnata invece dall’attivismo, dal protagonismo, dall’autosufficienza. Non voglio fare riferimenti precisi perché potrebbero essere interpretati politicamente e non voglio ma… è certo che oggi il peccato radicale, almeno nelle nostre società più avanzate, è quello dell’autosufficienza. Consentitemi, sorelle dell’Africa e delle Americhe e dell’Asia, ma è lo stesso pericolo che stanno correndo le vostre culture. In marzo ho partecipato alla plenaria del Pontificio Consiglio della Cultura sul tema della secolarizzazione. Eravamo trentacinque-trentasei. Io ho sentito sostanzialmente una testimonianza unica da tutti i continenti. È vero che in Africa resiste ancora, e speriamo che resista ancora molto a lungo, la solidarietà familiare, ma anche lì si cominciavano a segnalare delle vistose crepe. Per dire che il processo della secolarizzazione, che significa sostanzialmente autosufficienza - Dio, che ci sia o non ci sia nella società non ha influenza e non importa perché siamo capaci di farcela da soli – e con esso si identifica tanto che non cambia niente rispetto al peccato radicale che è il peccato delle origini: la superbia: “Posso fare a meno di Dio”. Bene, in questa cornice, purtroppo mondiale, di secolarizzazione determinata da una mentalità di autosufficienza, la passività non ha presenza. O uno produce, è attivo, o non è niente. Tant’è che i criteri, ormai più o meno universali, stante il processo di globalizzazione, i criteri confluiscono nella efficienza. Venti o anche trent’anni fa quando insegnavo, una volta un bel tipo mi accusò di terrorismo ideologico perché – si discuteva dell’aborto – affermavo che se si tocca il fondamento sacro della vita, salta il sistema e, come conseguenza ultima, io avrei dovuto santificare Adolf Hitler e Giuseppino Stalin perché sono stati i più grandi benefattori dell’umanità. Nel momento in cui mi salta il principio della sacralità e dell’intangibilità della vita, loro, che hanno fatto un’operazione eugenetica, diventano automaticamente santi. Scusatemi, lo dicevo trent’anni fa che la conseguenza dell’accettazione dell’aborto sarebbe stata l’eutanasia. Mi è impossibile oggi, ma vorrei rivedere i miei studenti di trent’anni fa per dire: Ragazzi, che cosa vi ho detto trent’anni fa? Era terrorismo ideologico? E il passaggio dall’eutanasia volontaria all’eutanasia obbligata, guardate che il passo è quasi inavvettibile, quasi non esiste, per cui concludevo allora, noi diventeremo la nazione, lo stato più ricco del mondo se, invece di mandare in pensione la gente a 60 anni, a 60 anni li mandiamo tutti al cimitero. Perché il 70% del bilancio dello stato è negli oneri sociali - pensioni e malattie - e allora, invece degli ospedali costruisco dei bei cimiteri e quando uno si ammala lo mando al cimitero invece di mandarlo all’ospedale, e non ho più spese per l’ospedale! E a 60 anni, invece di mandarlo in pensione con tutte le spese che ho per la pensione, io lo mando al cimitero. Questo ha fatto Stalin, questo ha fatto Hitler. E allora, io mi chiedo: “Come posso giustificare le condanne del tribunale di Norimberga?”, dicevo allora, se poi la conseguenza inevitabile del toccare la sacralità della vita sono queste? So che è una provocazione quello che sto dicendo, ma siamo all’interno del discorso sull’autosufficienza. Torno al fatto che l’efficientismo (o la produttività) si presenta, come l’elemento che qualifica la vita, il valore della vita, non la vita; il valore della vita. Hai valore perché produci, hai valore perché sei efficiente. Tutta questa operazione di maquillage della nostra società, non faccio nomi e tanto meno cognomi, ma qualcuno che si fa il trapianto dei capelli perché così è più bello in televisione, proprio con la logica… non dite niente, ma tutte queste faccende: le palestre, tutta questa roba, questo culto dell’efficienza, dove portano? Ecco: quanto esprime efficienza intellettuale e quanto esprime efficienza spirituale non ha valore; si è persa con il secolarismo, con l’autosufficienza, una scala di valori; soprattutto con l’efficientismo, si è perso il valore della passività. Parliamoci chiaro. La salute è un’azienda per definizione, per definizione è un’azienda. Quindi io sopporto il malato unicamente perché produce lavoro, non perché è malato. Mi “produce” non so quanti migliaia, centinaia di migliaia di posti di lavoro. Questa è l’unica logica che giustifica la malattia oggi; perché è logica aziendale. Più malati, più lavoro. E a me interessa il più lavoro, non i più malati. Dei malati non mi interessa niente; mi interessano soltanto perché producono posti di lavoro. Torniamo al valore della passività. Noi siamo dei doni ricevuti da trasmettere; il nostro valore è costituito dal fatto che siamo riempiti dal carisma e tramite noi il carisma viene comunicato, donato; è vissuto nella storia. Ecco la contemplazione: è questo guardare continuamente al carisma; è questo essere continuamente “fatti” dal carisma per poter far sì che la fecondità d’amore del carisma riempia il mondo attraverso il nostro umile ministero. Era questo il punto di collegamento fra la definizione, in qualche modo, del carisma attraverso l’esperienza della Madre, di questo amore totale con quelle caratteristiche che abbiamo visto, e l’esercizio del carisma attraverso il ministero. E allora entriamo nell’ultima fase con alcune provocazioni, che non so se poi sono state assunte o meno per i gruppi di studio.

Se notate, tutta l’esperienza dell’amore che Maria Domenica esprime e traduce nel carisma che le è dato dallo Spirito Santo, potrebbe essere riassunta nella maternità, perché adesso la fase applicativa riguarda voi nel vostro specifico femminile, però senza dimenticare le altre dimensioni dell’amore. Siete madri delle persone malate, ma dovete essere anche padri, dovete essere fratelli, dovete essere amici e dovete sentire quel legame indissolubile che è il legame coniugale con i malati. Un grande amico morto qualche anno fa mi ha detto una volta una cosa alla quale non credevo, poi l’ho sperimentata personalmente. “Si arriva a un punto della vita in cui si ribaltano le condizioni: noi figli diventiamo padri e madri dei nostri genitori”. Reagisco: “Ma che cosa mi racconti?”. Poi è arrivato il momento in cui effettivamente, con la vicenda di mia madre, mi sono trovato a doverla guidare come padre. E allora anche nel rapporto carismatico con il malato, non va dimenticata anzi va vissuta anche questa dimensione paterna, di guida sicura, anche di un confine, di un limite da tenere, perché non sempre il lasciar fare è amore, anzi, forse quasi mai. La maternità, dunque: per voi esprimiamo tutto nel termine di maternità. La maternità di Maria Domenica genera vita. Voi siete qui generate da Maria Domenica, generate dallo Spirito Santo in Maria Domenica, e siete chiamate ad essere generatrici, attraverso il carisma, della stessa vita da cui siete state generate – le esperienze di Maria Domenica – nel ministero che svolgete, con quello sguardo di pienezza per cui vi è il livello fisico, vi è il livello intellettuale-psicologico-culturale, vi è il livello spirituale, ricordando sempre che è la persona al centro e al termine del vostro servizio ministeriale.

E allora alcune domande:

  • In questa dimensione della maternità, la mia vocazione è espressione dell’esperienza dell’amore di Dio che faccio secondo l’esemplarità di Maria Domenica e il carisma che lei mi consegna?

    In questi ultimi anni l’itinerario formativo della vostra famiglia religiosa riguardava proprio la comunità. Non so se solo per l’Italia o per tutta la Congregazione. Quindi l’altra domanda:
  • Maturo la mia maternità nella comunità concreta nella quale il Signore mi ha chiamato a realizzare la mia battesimale vocazione alla santità?

    Una terza domanda a proposito della maternità di Maria Domenica che genera vita, e questa è più diretta al ministero:
  • Vivo il ministero del servizio agli infermi con tutta quella ricchezza d’amore che il carisma esprime? Sintetizzato: Vivo la maternità nel servizio agli infermi? Ripetendo però che maternità è paternità, figliolanza, amicizia, fraternità, ecc.

    Una seconda osservazione, una seconda premessa diciamo così: il carisma di Maria Domenica è speranza viva, perché amare la persona del malato è essere testimoni della speranza. E il servire la persona nella malattia è testimonianza di speranza. La domanda che ci poniamo è ovvia.

  • Animata dal carisma, fedele al carisma, trasformata continuamente dal carisma, sono speranza nella mia comunità e nel ministero degli infermi? Terzo punto, così adesso arriviamo alle conclusioni. L’amore, l’esperienza di amore di Maria Domenica, secondo le Sacre Scritture, è senza confini, è senza termine. Senza confini riguarda la geografia, senza termine riguarda il tempo, quindi è veramente universale e disteso, senza i limiti spazio-temporali. Allora, naturalmente, c’è una caratteristica che non ho ancora evidenziato e che la moderatrice poi mi rimprovererà di non aver evidenziato: che i carismi sono per la edificazione comune, riconosciuti dalla Chiesa ed esercitati sotto la tutela, il controllo, se vogliamo, della Chiesa; lo darei per scontato, ma così lo richiamiamo. E allora, ecco una prima domanda nell’ambito di questa universalità e di questa ecclesialità del carisma:
  • Vivo l’appartenenza alla Congregazione nella missione evangelizzatrice della Chiesa?

    Noi abbiamo, tra l’altro, un testo di riferimento di grandissimo valore: la Salvifici doloris riguarda proprio la dimensione evangelizzatrice e profetica della Chiesa. Ecco questa dimensione evangelizzatrice, questa testimonianza profetica. Scusate perché lo dico a me, sinceramente lo dico a me: facendo riferimento anche alla speranza, quando accosto un malato quanto considero il fatto che quel corpo è destinato alla risurrezione eterna? E non è semplicemente una faccenda che si risolve cercando di riacquistare la salute. C’è la dimensione escatologica: “credo nella risurrezione della carne” e sono lì testimone della risurrezione. Il mio ministero di vita è risolto nella risurrezione finale. Ha senso laddove c’è questo esplicito riferimento, ma non in termini consolatori, bensì in termini di fede e di speranza. “Poverino, soffri adesso che poi tanto starai bene in paradiso”. Sì, però intanto soffro. Questa bella parolina, sì, può anche farmi bene ma non è che la cosa sia risolta. No! Ecco, il porci il problema: quanto effettivamente il mio ministero è testimonianza del destino eterno di questo corpo, che in questo momento mi fa schifo perché è piagato, perché pieno di ulcere, perché produce del pus, perché è una roba da matti. Quel corpo! La dimensione propriamente evangelizzatrice, la missione evangelizzatrice nel mondo della sofferenza e della testimonianza dell’amore, nel mondo della sofferenza - Salvifici doloris. Per cui rileggendola, automaticamente mi esonero dal parlare di tutto il mistero della croce collegato alla Vergine Maria Addolorata. Altra domanda, tenendo conto che nella Chiesa non ci sono mai né cittadini, né esteri; ci sono tutti, nessuno escluso, punto e basta (straniero, per usare una categoria sociologica, ha significato solo geografico).
  • Le comunità della mia famiglia religiosa all’estero sono accolte come un singolare dono divino che continuamente mi interpella a vivere la universalità della carità come l’ha vissuta, pur nel piccolo ambiente di Lucca, la Fondatrice Beata Maria Domenica?

    E per essere molto chiaro, anche se so di rischiare di diventare pesante, ma per essere chiaro, aggiungo che non esiste soltanto, chiedo scusa, il pregiudizio “italiani - altri…” ; esiste anche il pregiudizio “altri - italiani”. Ecco, delle volte le divisioni non vengono fuori soltanto perché gli italiani si credono i primi, perché hanno di più, perché la Fondatrice è italiana. C’è anche la divisione che viene: “ma tanto gli italiani non capiscono niente, perché oggi noi capiamo meglio il carisma di quanto lo hanno capito loro”. Quindi bisogna stare attenti, lo dico, consentitemi, con grande fraternità; ma bisogna stare attenti a non creare degli schematismi. Siete tutte nell’unica obbedienza al carisma di Maria Domenica donatole dallo Spirito Santo; tutte ugualmente, obbedienti al carisma. Quello che vi qualifica è il valore del carisma che comprende quella fraternità, meglio quell’esperienza di amore totale in cui c’è anche la fraternità. Eì la capacità quindi di riconoscere la diversità come ricchezza reciproca, non a senso unico tipo: io do e tu ricevi. Tutti riceviamo perché tutti uguali nell’obbedienza al carisma.

    Terza e ultima domanda:
  • Sono concretamente aperta ad accogliere la ricchezza dell’altra come un’autentica grazia divina nel comune cammino verso la santità?

    Perché, parliamoci chiaro, sorelle care, il carisma è la realtà entro la quale siamo e ci muoviamo per diventare santi, non perché la Congregazione diventi più potente e più estesa, ma, ripeto, per diventare santi. Voi avete scelto di realizzare la vostra comune vocazione alla santità con il carisma di Maria Domenica. E vivere il carisma significa realizzare il cammino di santità. E poiché la scelta è una scelta di comunità, l’altra sorella rappresenta la grazia, l’altra che mi è antipatica, che mi rompe le scatole, che, se non la vedo sto meglio, quell’altra lì è la grazia che Dio mi fa in quel momento perché io mi santifichi.

    RISPOSTE AGLI INTERVENTI:
  • Questa indissolubilità del rapporto coniugale con la comunità viene realizzato concretamente nella indissolubilità del rapporto con il mondo della sofferenza. Io ho preso il matrimonio di Maria Domenica semplicemente come riferimento storico a una esperienza che lei fa anche naturale, ma che entra nel carisma con la indissolubilità; cioè io vivo il mio amore indissolubile nella Ssma Trinità altrettanto forte nel rapporto con la persona del sofferente.
  • Il problema della vita spirituale in tutti gli stati di vita è il problema dell’unità. È il riuscire a tenere il dovuto non solo equilibrio di spazio e di tempo ma soprattutto la necessaria interdipendenza fra contemplazione e azione. La società ci porterebbe a privilegiare, fin quasi a rendere esclusiva, l’azione, unica, l’azione. C’è una celebre opera di Bergson “L’action” negli anni ’20, ’30: questo vitalismo produttivo. Invece la nostra consistenza non è l’azione. La nostra consistenza radicale, fondamentale è nella Ss.ma Trinità. Io ho insistito molto su questo radicamento, questa esperienza teologica fondamentale di Maria Domenica dell’amore trinitario, che è fondante a tutto il resto, come è fondante la vita spirituale e la vita religiosa. Secondo gli scolastici medioevali, e questo il punto di unità, a mio parere: “agere sequitur essere”: quello che si fa è manifestazione di quello che si è, per cui quello che si è precede quel che si fa. Noi non siamo degli istintivi o dei determinati nel fare. Quel che ci determina a fare è quel che si è. Allora più si è amore trinitario, più si fa amore trinitario. E non viene fuori l’opposizione fra l’essere e fare, fra contemplazione e azione. Allora dico molto fraternamente, bisogna riservarci sempre degli spazi, anche proprio spazi fisici, spazi temporali, per radicarci sempre di più nell’esperienza dell’amore trinitario per essere fecondi nel fare, nel carisma, nel ministero al mondo della sofferenza, alle persone ammalate, perché ci sia unità e non opposizione. Anche qui, senza lasciarci condizionare, più di tanto, dalle urgenze. Consentitemi un ricordo personale, raccontatomi da un padre che lo ha vissuto. Io ho avuto come vice-rettore nel seminario un medico che aveva smesso di fare un medico diventando prete, poi a un certo momento, ha conosciuto p. Ambrosoli in Africa, che aveva un enorme ospedale, e Don Donini è stato mandato giù con la licenza di fare il medico, per cui ha fatto qualche mese di aggiornamento all’ospedale ed è tornato giù. E quando è tornato e ha incontrato noi che avevamo avuto lui un po’ come vice-rettore; ci ha raccontato appunto questa faccenda: appena è andato giù, ha visto un’emergenza tale – fila di ottanta-cento-centoventi ammalati – in fila, davanti al pronto soccorso e la fila che continuava ad aumentare, non si esauriva e lui è stato preso proprio in pieno. Dopo tre giorni, in cui praticamente dormiva due ore per notte, saltando anche i pasti, p. Ambrosoli lo ha preso e gli ha detto: “Senti, o ti dai un orario o ti mando via perché ti massacri. O ti dai una regola o altrimenti perdi le motivazioni che sono essenziali e perdi la salute anche tu! Dopo, di che cosa faccio di te?”. È ovvio che questo ragionamento è utilitaristico per certi versi. Ma bisogna stare estremamente attenti a non farci fagocitare dalla urgenza. Adesso faccio un esempio personale che vi fa venir da ridere: Io rifiuto di avere il telefono cellulare, non ce l’ho! Me ne hanno regalato cinque che ho riciclato; io non ce l’ho! Perché rifiuto, per principio, di dover essere raggiungibile sempre quando constato che un’ora dopo non cambia niente, o quando constato, in tutti i santissimi viaggi, e ne faccio moltissimi, quando constato delle mezz’ore… es. del professore dell’università di Pisa che abita a Viareggio, che da Grosseto a Viareggio (due ore di viaggio) ha litigato con mezzo mondo, telefonando ad almeno 15 persone e alla fine, scendeva a Viareggio, gli ho detto: “Mi scusi, Professore, se le telefonate le avesse fatte domani, che cosa cambiava?”. M’ha guardato, è rimasto lì così, perché non sarebbe cambiato niente perché il problema veniva dopo tre giorni. Ecco, semplicemente per dire che abbiamo anche uno sguardo distorto. La contemplazione porta a vedere come vede Dio. E Dio non vede secondo le emergenze, le frette e gli accidenti umani. Quindi, anche abituarsi a questo distacco, non solo effettivo ma anche affettivo, dalla fretta; non farsi fagocitare più di tanto anche perché anche questa è una testimonianza. Il Cardinale con il quale collaboro, capo della Chiesa Greco-Cattolico-Ukraino, patriarca in sostanza, mi fa venire di quei nervosi perché arriva tutte le volte, ogni due o tre mesi, con dei pacchi di lettere così e li vediamo insieme, ed alcuni hanno mesi – problemi non dico urgenti, ma problemi. Dico: “Scusi Beatitudine, perché non le ha portate prima?”. “Perché devono imparare che la fretta è una cattiva consigliera. Io devo pensare prima di rispondere, e poiché, mese più mesi meno non cambia la situazione, chi aspetta la risposta deve imparare anche ad aspettare”. Io che sono portato a rispondere cinque minuti dopo che ho aperto una lettera… ma ha ragione lui, non ho ragione io.
  • La sofferenza è un mistero, e occorrono gli occhi illuminati dalla fede per entrare nel mistero della sofferenza. Gli occhi illuminati della fede che, secondo S. Benedetto e secondo la vostra madre Fondatrice, però dato che il mio ordine è di origine benedettina, mi rifaccio a S. Benedetto, che nel capitolo della sua Regola “De hospitalitate”, “ … hospes tamquam Christus suscipiatur….” – “L’ospite sia ricevuto come Cristo stesso…”. Il malato è un segno sacramentale della presenza di Cristo. Tra l’altro, sapete bene che ai tempi di S. Benedetto, “hospes” e “infirmus”, l’ospite e l’infermo, quasi si identificavano. Gli occhi illuminati della fede portano non soltanto a vedere la persona del malato – per la verità, questo secondo aspetto lo davo per scontato – certissimamente, gli occhi illuminati della fede portano a vedere nella persona del malato non soltanto la persona da un punto di vista fenomenologico, naturale, mondano – diciamo così – ma vedere Cristo stesso, presenza sacramentale di Cristo. Vi ricordate tutte perfettamente quell’episodio nella vita di S. Camillo in cui era talmente viva la presenza di Cristo che a un certo momento si confessa a un malato perché stava parlando con Cristo.

    Mi ritorna in mente l’ultimo verso della poesia di Leopardi, L’Infinito: “E il naufragar m’è dolce in questo mare…”. Naufraghiamo nel mare in tutte le scosse, in tutti questi movimenti umani; tanto, il naufragare non è un fallimento; naufragare nell’amore di Dio non è un fallimento, anzi è il porto della salute, il porto della salvezza.

    (rispondendo all’intervento sul sostare in adorazione del Ss.mo Sacramento prima di recarsi al malato secondo le regole della fondatrice): Nelle Misericordie, la partenza per ogni servizio anche di pronto soccorso di urgenza, è sempre dalla cappella. Quelli di turno con il capo servizio vanno in cappella, recitano una preghiera, partono, tornano, in cappella si scioglie la gita, cioè il servizio effettuato. Questo è rimasto solo a Firenze, purtroppo, che è molto conservatrice degli statuti originari. Ma per dire che nella visione della spiritualità ospedaliera, si parte da Cristo per servire il malato e per tornare a Cristo; è un circolo. All’inizio del servizio noi, immodestamente, la squadra trasporti (quella che fa il lavoro manuale del trasporto del malato con le carrozzine a Lourdes e a Loreto, ecc.) si riunisce un quarto d’ora prima, prega insieme e poi comincia a tirare le carrozzine. Alla fine tutta la squadra di nuovo si riunisce e prega insieme. Perché tante volte il servizio diventa distraente, però quel che occorre sempre è l’avere la motivazione e l’avere il fine. In mezzo c’è il servizio.

    FINE
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    Omelia del Cardinal Angelo Comastri (11 giugno 2008)

    (Celebrazione Eucaristica nelle Grotte Vaticane, 11 giugno 2008)

    11 giugno, Messa nella grotte Vaticane11 giugno, Messa nella grotte Vaticane

    Fra pochi giorni, per desiderio del Santo Padre, Benedetto XVI, inizierà l’anno Paolino, un anno di riflessione sulla testimonianza dell’apostolo Paolo, che è un’eredità preziosa che ha lasciato alla Chiesa di Roma insieme all’apostolo Pietro, ma anche alla Chiesa sparsa nel mondo intero.

    Mi sembra bello, proprio alla vigilia dell’anno Paolino, invitarvi a riflettere sulla testimonianza di Paolo. Se noi leggiamo gli Atti degli Apostoli, nel racconto della conversione di Paolo ci sono alcuni particolari impressionanti. Sapete che Paolo, scrivendo a Timoteo dopo molto tempo, dirà: “Io ero un bestemmiatore, io ero un persecutore, io ero un violento”. E l’autore degli Atti dice che Paolo, fremente sdegno e minacce, andava da Gerusalemme a Damasco per portare incatenati a Gerusalemme i discepoli del Signore. Ma sulla via di Damasco accadde ciò che Paolo non pensava e ciò che Paolo non aspettava, perché Dio è sempre un po’ imprevisto. Gli appare in una grande luce il Signore e gli domanda: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. E Saulo: “Chi sei?”.  “Sono Gesù, che tu perseguiti”.  In questo incontro con Gesù, Paolo subito percepisce che la forza di Dio non è il potere, la forza di Dio non è l’arroganza, la forza di Dio non è la violenza, la forza di Dio è l’amore. Immaginate ad un persecutore: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. Dio si presenta con una umiltà che Paolo non conosceva; si presenta con una carità che Paolo non immaginava! E ricordate bene che Paolo, alla pari di Giovanni, è l’apostolo della carità, è l’apostolo del mistero di Dio come amore. Tanto è vero che Paolo espressivamente, scrivendo ai Corinzi, arriverà a dire, nel capitolo 13: “Se anche conoscessi le lingue degli uomini e degli angeli, cioè se anche avessi tutta la cultura del mondo, se mi manca la carità, sono come il suono di un campanello, faccio vibrare l’aria in quel momento ma non valgo niente”. Perché una persona vale per quanto ama. Perché è chiaro che se Dio è amore, noi viviamo in Dio soltanto se amiamo ed è l’amore che ci rende figli di Dio, è l’amore che ci fa sentire il mistero di Dio in noi. E notate, Paolo che continua: “… e se anche conoscessi tutti i misteri, tutte le profezie”, quindi anche se avessi tutte le lauree in teologia e Sacra Scrittura, “se mi manca la carità, non sono nulla, non sono niente”. E continua Paolo ancora: “E se anche distribuissi tutte le mie sostanze per darle ai poveri, e se anche arrivassi a dare la vita, ma se non lo facessi per carità, se non lo facessi per amore, non giova a niente, sarebbe soltanto esibizione”. Quanto è importante, allora, la carità! Quanto è importante avere il cuore pieno di carità!

    E Paolo ne tira tutte le conseguenze. Pensate, nella seconda lettera a Timoteo, quando racconta, non si sa a che cosa si voglia riferire con esattezza, comunque Paolo dice: “Nel momento del processo mi hanno tutti abbandonato, ma non se ne tenga conto; il Signore mi è stato vicino”.  Pensate, quell’uomo che si definiva persecutore, violento e bestemmiatore, di fronte all’abbandono e all’ingratitudine: “Non se ne tenga conto. Il Signore è stato accanto a me; mi è bastato il Signore”. Con una mitezza impressionante. E nel biglietto scritto a Filemone, che è un biglietto, nulla di più, una lettera incantevole, ma è un biglietto per accompagnare lo schiavo; in quel biglietto c’è tutto l’animo di Paolo trasformato; c’è l’animo di Paolo che ormai ha capito che Dio è amore e soltanto l’amore è la statura della persona credente. Ma si rivolge a Filemone, al quale potrebbe dare degli ordini, e dice: “No, non ti voglio ordinare nulla, io mi affido alla tua carità; è la mia carità che parla alla tua carità, che bussa alla porta della tua carità; quest’uomo è scappato ed è un’occasione buona per te e per me, per fare un atto di carità perché questa è l’unica cosa che conta”.

                Io ricordo nell’ultimo periodo di vita di Madre Teresa di Calcutta, in una conversazione molto amichevole, serena, ormai si vedeva che la Madre già guardava all’al di là, mi disse: “Alla fine della vita si porta solo una valigia, la valigia della carità. Riempila bene. Tutto il resto non conta, tutto il resto non passa di là. Solo una valigia”. 

                Voi avete scelto di riempire questa valigia, è un po’ il vostro carisma. Fatelo come testimonianza dentro la Chiesa, in silenzio, perché la carità non ha bisogno di chiasso, la carità ha bisogno di opere. La carità vale perché è carità. Sia il vostro esempio una testimonianza per tutti perché anche di fronte alle persecuzioni moderne, che ci sono verso la Chiesa e che ci saranno sempre, la vostra risposta, la vostra vittoria sia ancora la carità. Quante volte la Chiesa è colpita e nessuno si permette di sottolineare le opere di carità nella Chiesa, comprese le vostre opere di carità.

    Ma la carità se c’è, basta; la carità se c’è, vince, come il fuoco, se c’è scalda, anche se lo metti in un angolo. State tranquille che la vostra carità vissuta intensamente, come dice Paolo nella lettera ai Corinzi, sarà sicuramente un bene, un ossigeno che arriva a tutta la Chiesa sparsa nel mondo. Continuate e crescete nella carità.

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