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Sr. Veronica Tondini

CONDIVIDENDO LA MIA STORIA DI CONSACRATA

LA MIA VITA: UN CANTICO D'AMORE AL SIGNORE


Sr. VeronicaMi chiamo Sr. Veronica Tondini. Sono felice di essere stata chiamata alla vita consacrata  ed essere figlia della beata Madre Maria Domenica Brun Barbantini.

Celebrando il mio cinquantesimo di vita consacrata, mi viene spontaneo ripercorrere tutti questi anni vissuti nella casa del Signore e nella missione a servizio dei fratelli sofferenti più poveri e abbandonati.

La mia storia è veramente un cantico d'amore e di gratitudine al Signore! Con gioia voglio condividere con te, fratello o sorella, le vicende della mia vocazione.

Provengo da una famiglia profondamente cristiana, di fede intensa e di viva partecipazione alla vita della parrocchia. Sono la quinta figlia di una famiglia di nove di cui due fratelli e sette sorelle.

La mia vocazione l'ho scoperta gradatamente nei momenti in cui mi mettevo in preghiera: sentivo la gioia di essere vicina a Lui. Così all'età di 16 anni sono entrata, a Lucca, nella casa di formazione della mia attuale Famiglia Religiosa, la Congregazione delle Suore Ministre degli Infermi di San Camillo.

Il mio percorso formativo come postulante e novizia è stato segnato dalla gioia e dal grande desiderio di essere tutta del Signore. Così il giorno del sì di Maria, il 25 marzo del 1961, anch'io ho detto il mio sì totale al Signore con la professione dei voti di castità, povertà, obbedienza e di assistenza agli infermi anche a rischio della vita.

La mia famiglia religiosa si caratterizza anche per il forte slancio missionario e così anch'io portavo nel cuore il desiderio di essere inviata in missione in Africa. Il mio amore appassionato per gli africani era grande!

Il Signore ha accolto il desiderio del mio cuore e così nell'anno 1976 sono stata inviata con altre due consorelle, Sr. Grazia e sr. Emilia, a fondare una nuova missione della nostra congregazione in Kenya, come infermiera presso l'ospedale di Tabaka, una struttura amministrata dai confratelli camilliani, nella  diocesi di Kisii.

Sin dall’inizio il mio rapporto con quel popolo è stato per me intenso e positivo. Mi sono sentita accolta e subito abbiamo stabilito una profonda e reciproca fraternità. Fin dai primi momenti ho ammirato la loro capacità di accoglienza; grazie a loro mi sono sentita subito a casa. La loro gioia e il loro sorriso mi hanno contagiato e hanno fatto sviluppare in me una maternità nuova verso di loro, particolarmente verso coloro che si trovavano in situazione di sofferenza, povertà e abbandono.

Mi viene alla memoria Giusy, una ragazzina di 16 anni, che è arrivata al nostro ospedale con due terzi  del corpo bruciati dall’acqua bollente. La vista di quel corpo disidratato, piagato e infetto, quelli occhi supplicanti aiuto, il suo consegnarsi e abbandonarsi con fiducia alle mie cure, la sua accettazione della sofferenza, non me li dimenticherò mai! Dopo tanti anni, quando lei mi vedeva per le strade, si fermava sempre per abbracciarmi e ringraziarmi. Ma sono io che nutro per lei una immensa gratitudine. Posso dire che Giusy è stata per me, nella sua giovane età,  una maestra degli inizi della mia missione fra gli africani.

Mettendomi a ripercorrere quegli anni di missione, sfilano davanti alla mia memoria, come un film, le tante persone colpite dalla malaria, dal tifo e dal colera, che arrivavano con febbre alta, attaccate a un filo di vita, e che con la grazia di Dio, le nostre cure e l'aiuto dei medicinali, hanno potuto tornare sane e salve ai loro cari.

Un altro ricordo molto vivo dentro di me è Gladis, una bambina gravemente denutrita che a due anni pesava quattro chili. La vedi arrivare con lo sguardo supplicante aiuto fra le braccia della sua mamma, una donna poverissima… Quel ricordo ancora oggi mi fa versare lacrime di commozione!

Il suo grado di debolezza era tale che non riusciva neanche a deglutire. Abbiamo dovuto usare il sondino gastrico e metterla in incubatrice, lei, una bambina di due anni. Piano piano, con le attenzioni e le cure di tutta l'equipe medica e infermieristica, dopo alcune settimane Gladis ha incominciato a mangiare da sé. È rimasta con noi per un periodo di sei mesi e una delle nostre infermiere locali l'ha poi portata nella sua casa prendendosi cura di lei per un anno. L'abbiamo successivamente riconsegnata alla sua mamma e l'abbiamo seguita a casa per anni, procurando i necessari alimenti a tutta la famiglia. L'abbiamo sostenuta economicamente anche per la frequenza della scuola di arte culinaria. Oggi Gladis è sposata e ha due bambini.

Dopo trentun anni di servizio presso l’ospedale di Tabaka, ho svolto la mia missione per alcuni anni a Nairobi. Un'altra esperienza che ha segnato la mia vita di missionaria è stata quella dell'assistenza a domicilio nella baraccopoli della periferia di Nairobi, a Kibera, dove vivono o meglio sopravvivono i più poveri tra i poveri. Sr. Rose e io, in mezzo a quei fratelli emarginati, al mattino avevamo il compito della cura infermieristica in un ambulatorio parrocchiale dei Padri di N. Signora di Guadalupe, e nel pomeriggio facevamo visita agli infermi allettati nelle loro baracche.

Qui abbiamo veramente toccato con mano quello che la madre fondatrice diceva, invitando le novizie a cercare e trovare Dio nelle persone malate, abbandonate, moribonde che giacciono su certi pagliericci, accompagnate solo da una moltitudine di insetti brulicanti... Questi nostri fratelli ci guardavano con gli occhi supplicanti e allo stesso tempo ci accoglievano con un bel sorriso di benvenuto. Veramente le condizioni di povertà e la realtà socio-sanitaria di quell’immenso mondo di circa un milione di nostri fratelli ci strappa il cuore ed è un costante richiamo alla nostra comoda vita, tutta presa dalle comodità e da ambizioni insaziabili di benessere e di sicurezze economiche.

Questo servizio donato ai nostri fratelli più bisognosi mi fa sentire parte di quella schiera immensa di persone promotrici della cultura della vita, secondo l'espressione di Giovanni Paolo II.

La nostra missione di Suore Ministre degli Infermi, eredità carismatica spirituale lasciata da San Camillo e dalla nostra beata Madre Fondatrice, è quanto mai attuale. E io personalmente, in questo momento in cui sto celebrando i miei cinquant’anni di dedizione a Dio con tutti i miei cari famigliari, le mie care consorelle e confratelli e tutti i nostri collaboratori laici, sento il mio cuore pieno di gratitudine e di un senso di realizzazione personale. Sono grata al Signore che mi ha amata, scelta e preparata per essere una suora consacrata in mezzo al popolo di Dio, annunciatrice della sua grande tenerezza e misericordia verso ogni fratello che si trova nella sofferenza o nella malattia.

La mia vita prosegue e il mio entusiasmo per questa causa si ravviva ogni giorno. Il mio desiderio è che tante altre persone si associno a noi, come servitori e promotori della vita dei fratelli che si trovano in condizioni di fragilità, sia giovani che abbraccino la vita come consacrate Ministre degli Infermi sia laici associati.


Signore, vogliamo anche noi, pur in mezzo alle molte vicende e sfide, conservare la luce degli occhi per vedere il tuo bene! E l'equilibrio, e la gioia di cantarti, e il gusto di vivere e conservare - anche avanti negli anni - la freschezza del credere e dell'operare. Non avendo perso mai la grazia della contemplazione. Vogliamo lodarti per sempre, o Dio, con canti e musica per il tuo immenso amore e la tua fedeltà!

 

 

 Bello è lodarti, Signore,

inneggiare il tuo nome, Altissimo:

annunziare al mattino il tuo amore,
la tua fedeltà nella notte,

cantando sulla cetra
e al melodioso suono dell’arpa.

Dio, che gioia le opere tue;
sono le imprese delle tue mani
a farmi esultare.

Voglio annunziarti quanto sei buono, Signore,

Tu sei il mio aiuto e la mia gioia!

Salmo 92 (91)

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